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Centro di Produzione Culturale Ex Mattatoio del Testaccio

ROMA , Settembre 2000

Concorso ad inviti (primo premio ex-aequo)

 

Design Team

Filippo Innocenti & Maurizio Meossi

Roberto Vangeli, collaboratore

 

 

Il concetto

 

Pensare ad un “Centro di Produzione Culturale” ha portato ad una riflessione sul concetto stesso di cultura, concetto che per sua natura sfugge ad una definizione esatta: la cultura appare come una realtà in divenire, come il risultato, al momento attuale, di un insieme di trasformazioni applicate ad un medium. Così come un foglio carta, su cui è possibile scrivere e cancellare, il Centro di Produzione Culturale può essere immaginato come quel medium trasformabile: una sorta di substrato plastico e neutrale su cui ogni produzione artistica lasci traccia del proprio passaggio, attraverso un apporto culturale.

Da questa impostazione deriva l’esigenza di uno spazio aperto al pubblico ed estremamente fluido, in cui leggere lo stato attuale di queste trasformazioni, che funzioni in definitiva come una “tavoletta di cera” su cui imprimere dei segni destinati ad essere rimodellati o cancellati di volta in volta.

 

Analisi dell’impianto

 

Le caratteristiche specifiche del Centro di Produzione Culturale sono state suggerite dalle richieste emerse in una prima analisi sugli obiettivi del centro, in rapporto ad esperienze simili nel panorama internazionale. In particolare sono stati richiesti spazi per la produzione artistica che avessero il maggior grado di flessibilità possibile. Esiste una differenza fondamentale tra produzione e rappresentazione. Nel primo caso, infatti, non è necessaria la presenza del pubblico, anzi, al contrario, il centro di produzione deve garantire lo svolgimento delle sue attività in assoluto isolamento. Gli spazi necessari, pertanto, si alleggeriscono decisamente, mentre acquistano fondamentale importanza i requisiti tecnici. Le attrezzature del Centro Culturale devono essere in grado di accogliere sia produzioni di tipo tradizionale per il teatro, la danza etc, sia produzioni più sperimentali in cui l’elemento scenico possa essere stravolto o radicalmente modificato. In ogni caso l’aspetto più importante è quello tecnico, vale a dire la possibilità di impiegare scenografie e tecnologie di vario tipo nel più libero dei modi.

 

Il nostro progetto ipotizza pertanto un’articolazione tra aree rigide, riservate alle specifiche attività del Centro di Produzione – teatri, sale per la danza, sale di registrazione, sale espositive – ed aree morbide – ristorante, bar, spazi per la riflessione, biblioteca –  in cui si svolga l’attività sociale del centro; si va quindi a configurare una distinzione tra spazi hardware, ovvero destinati alla realizzazione e produzione, a loro volta caratterizzati da gradi variabili di flessibilità, e spazi software destinati invece a stimolare l’ideazione dei vari progetti e l’incontro tra gli artisti.

Un ulteriore apporto concettuale è scaturito invece dalla osservazione del manufatto allo stato attuale: visitando l’edificio della pelanda nelle condizioni attuali, non si può rimanere insensibili alla presenza dell’elemento naturale all’interno dei vari spazi in parte diroccati. Si tratta di una presenza fortissima in grado di attenuarne l’aspetto macabro, quasi una rivalsa della natura sul manufatto e sulla razionale logica ottocentesca dell’impianto. Questa presenza ha suggerito di dislocare su di un layer ulteriore, corrispondenti a parti soft del progetto, una serie di elementi catalizzatori caratterizzati dall’elemento naturale, accentuando per contrapposizione la distinzione tra attrezzature tecniche produttive e spazi lowtech per la riflessione, l’incontro e lo scambio di esperienze.

 

Strategia Urbana

 

Dall’analisi urbanistica dell’area è scaturita la necessità di mettere in relazione il Centro direttamente alla città, in modo che il suo funzionamento potesse essere indipendente da quello di tutto il complesso.

Una grande galleria urbana, metafora della cultura nell’accezione da noi suggerita, spazio pubblico di interno-esterno e luogo di rappresentazione artistica, svolge il ruolo di centro nevralgico su cui si innestano i vari spazi pubblci. Questo spazio acquista un valore fondamentale, infatti, per la sua capacità ricettiva, la galleria è stata pensata come una sorta di grande palcoscenico, libero e flessibile, in cui allestire rappresentazioni di vario tipo (spettacoli, esposizioni, incontri), lasciando alla capacità creativa l’opportunità di utilizzarlo nel modo più opportuno.

 

Strategia programmatica

 

La morfologia dell’edificio, articolato per fasce longitudinali, di cui solo quella centrale demolibile, ha suggerito di dislocare l’insieme degli spazi tecnici nella parte più a diretto contatto con il resto del mattatoio, a schermare il rapporto con gli altri capannoni. L’opportunità di aprire il contatto con questi attraverso un’area permeabile è stata scartata in virtù del fatto che gli stretti camminamenti che separano la pelanda dagli altri edifici, impediscono l’apertura di una prospettiva sufficiente a farne un ingresso. Si è preferito pertanto seguire l’impostazione del sistema e concentrare i collegamenti lungo le fasce libere già tracciate; in questo modo il punto di contatto del centro con il resto del mattatoio si sposta più all’interno, in corrispondenza della grande galleria urbana sulla quale si affacciano tutti gli spazi tecnici. Di conseguenza si è scelto di utilizzare la fascia dei serbatoi per dislocare le funzioni amministrative e di ricezione in modo che potessero far capo da un lato alla galleria centrale e direttamente al Campo Boario dall’altro.

L’immagine delle attrezzature in disuso disseminate nella pelanda, traccia dell’avvicendarsi nel tempo di funzioni diverse, ha suggerito di raggruppare in modo quasi casuale nella fascia di edificio contigua alla galleria gli spazi caratterizzati da una maggiore flessibilità d’uso (10b); una simile dislocazione degli spazi ritaglia un connettivo in grado di assicurare l’interazione, visiva e spaziale con la galleria stessa. In questo meccanismo di scambio di informazioni tra la parte hard delle attrezzature e quella soft della galleria gioca un ruolo fondamentale il prospetto della pelanda che si affaccia su di essa: questo, attraverso aperture, passaggi, affacci, schermi elettronici ed altre tecnologie, registra costantemente gli avvenimenti nella parte di produzione rendendone possibile la lettura  dalla galleria urbana, proponendosi così come possibile materializzazione della metafora concettuale di partenza, la cultura come  risultato di un avvicendamento cronologico di segni e trasformazioni su di un substrato sensibile.

 

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